L’ARTE DI FAR CRESCERE BAMBINI OTTIMISTI: LA MAGIA DELL’ INSUCCESSO.

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Mentre osservi un bambino che cerca di completare un puzzle e prova a mettere le tessere nel punto sbagliato: cosa pensi? Che sta SBAGLIANDO o sta IMPARANDO?

Oppure mentre fai un cruciverba, scopri che la parola che hai scelto non è giusta per il numero di caselle: hai fallito o hai imparato? Che cosa hai imparato e come fai uso di queste nuove conoscenze? Il termine FALLIMENTO ha un carattere “definitivo”: “è finita: hai fallito”.

MA IMPARARE SIGNIFICA GUARDARE AL FUTURO E CONTINUARE  A IMPEGNARSI PER ACQUISIRE NUOVE CAPACITÀ. 

Esiste un modo ancor più efficace di strutturare il “fallimento” come occasione per imparare:

IMPARARE DAI FALLIMENTI ALTRUI.

Molto spesso non ci pensiamo ma:

L’INSUCCESSO E’ PORTATORE DI INFORMAZIONI.

Il comportamento “senza successo” ti consente di avere più informazioni di quante ne avresti in precedenza su ciò che potevi e non potevi fare per raggiungere il tuo obiettivo. I bambini e gli adulti che perseverano, o addirittura intensificano i loro sforzi dopo un insuccesso, stanno utilizzando un “FALLIMENTO” come un’ESPERIENZA DI APPRENDIMENTO che li stimola ad andare avanti, verso lo sviluppo di comportamenti diversi e potenzialmente più efficaci.

Tuttavia spesso ci vergogniamo dei nostri fallimenti e l’unica cosa che vogliamo è dimenticarli. Inoltre, sviliamo l’insuccesso considerandolo privo di qualsiasi valore. Ti consiglierei, invece, di riesaminare i tuoi  insuccessi, di domandarti quali insegnamenti importanti sia stato possibile trarne.

UN ALTRO MODO DI FAR PASSARE E INSEGNARE L’INSUCCESSO È QUELLO DI FARLO GUARDARE COME UNA SFIDA.

Carol Dweck, studiosa di motivazione infantile, ha registrato quello che i bambini dicevano a se stessi dopo aver fallito in un compito. In particolare, ha esaminato due diversi gruppi di bambini: Un gruppo che, dopo aver fallito, rinunciava (bambini che si sentivano impotenti) e un altro che perseverava o miglioravano dopo l’insuccesso (bambini perseveranti).  I bambini che si sentivano impotenti dicevano: “Non sono per niente bravo in queste cose. Non sono granchè in niente. Tanto vale rinunciare”. Al contrario, i bambini perseveranti dicevano: “Che bello! Mi piacciono le sfide!”.

QUANDO AIUTIAMO I BAMBINI A REINTERPRETARE IL FALLIMENTO COME SFIDA, RICEVONO NUOVI STIMOLI E SI IMPEGNANO DI PIÙ; RIFLETTONO SUL PROPRIO “INSUCCESSO” PER CERCARE DI CAPIRE CHE COSA SI PUÒ IMPARARE.

Carol Dweck

Qualche mese fa ho deciso di intraprendere una nuova attività fisica e la mia attenzione si è rivolta ad una disciplina che va tanto di moda, il crossfit. Quando ho cominciato a prendere lezioni, mi sentivo abbastanza sicuro di me, in virtù del fatto che da alcuni anni frequento con una certa assiduità la palestra. Mi sono immaginato, sbagliando, che non sarebbe stato difficile trasferire le mie abilità da bodybuilder a questa nuova disciplina. Con mia grande sorpresa e notevole rammarico, nei primi tre giorni di corso non ne ho combinata una giusta. Credo di essere riuscito a fare correttamente meno del 10% degli esercizi che mi venivano mostrati, e anche il tappeto elastico, che tanto sembrava divertente, mi sfiaccava dopo pochi minuti (anche meno a dire il vero). A rendere la situazione ancora peggiore c’era il fatto che molti atleti (molto più piccoli e gracili di me) si erano messi a guardare ridendo delle mie scarse prestazioni. In ogni caso non ho rinunciato. L’ho considerata una sfida. Guardavo il mio allenatore e volevo fare le sue stesse cose e così ho pensato che se fossi riuscito a superare il completo insuccesso iniziale e a imparare i principi basilari della tecnica, avrei cominciato anch’io ad avere un minimo di gratificazione, tanto quanto bastava per farmi fare l’allenamento successivo. Così ho continuato le lezioni con l’umiltà che si era rivelata assolutamente necessaria.

Che cosa indica questa storia?

Come i bambini studiati da Carol Dweck, anche tu PUOI SCEGLIERE la tua REAZIONE AL FALLIMENTO: puoi scegliere  di rinunciare e trasmettere ai tuoi alunni lo stesso messaggio, perché il compito ti sembrava a torto troppo difficile (o perché credi di essere fondamentalmente un incapace) oppure puoi TRASMETTERE LA MOTIVAZIONE E FARLI IMPEGNARE DI PIÙ.

Gli psicologi definiscono quest’ultima la “MOTIVAZIONE ALLA COMPETENZA”  o con un termine più tecnico, maturato dalla lingua inglese, “motivazione all’effectance” vale a dire:

LA MOTIVAZIONE A INTERAGIRE IN MODO EFFICACE CON IL PROPRIO AMBIENTE E A SUPERARE GLI OSTACOLI CHE RENDONO PIÙ’ DIFFICILI I COMPITI. 

Trasmettere la capacità della “PERSEVERANZA” nell’affrontare sfide e difficoltà può di fatto aumentare la loro determinazione a fronteggiare i loro problemi, un processo conosciuto con il nome di “INDUSTRIOSITÀ APPRESA“.

Secondo la teoria di EISEMBERGER, lo studioso che si è occupato dell’argomento, alcuni di noi e dei nostri alunni, nella vita, sono stati apprezzati per essersi impegnati a fondo, per aver perseverato di fronte al fallimento e per aver fatto ricorso all’autodisciplina; altri, invece, sono stati incoraggiati ad affidarsi solamente a gratificazioni esterne. Se si viene ricompensati esclusivamente per i risultati (successi o fallimenti), è possibile che la fiducia in se stessi venga minata da esperienze di insuccesso. Al contrario,

SE SI VIENE RICOMPENSATI PER L’IMPEGNO, SI MOSTRERÀ PERSEVERANZA DI FRONTE A UN FALLIMENTO.

dunque tienilo a mente:

GRATIFICHIAMO PER L’IMPEGNO PERPETRATO E NON PER IL RISULTATO.

Dobbiamo far comprendere ai nostri allievi che le esperienze di insuccesso costituiscono delle OPPORTUNITÀ per sentirsi stimolati ad affrontare nuove sfide e dunque ricordati del concetto di  INDUSTRIOSITÀ APPRESA: una capacità da apprendere noi stessi in prima persona e da trasmette ai nostri studenti per far si che si affrontino gli insuccessi e le frustrazioni che inevitabilmente incontreranno nel corso della vita.

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12 pensieri su “L’ARTE DI FAR CRESCERE BAMBINI OTTIMISTI: LA MAGIA DELL’ INSUCCESSO.

  1. Angela Iodice

    Se continuiamo a dare giudizi sul risultato delle sue performance e non sulla dedizione, fatica, impegno e tempo che quel risultato ha richiesto, allora il bambino non darà mai peso a queste variabili, non si impegnerà mai a fondo per portare a termine un compito, non si metterà mai davvero in gioco. Sarà sempre colpa di qualcun altro o qualcos’altro, se quel compito non riesce e allora tanto varrà abbandonarlo, rinunciare a portarlo a termine.
    La somma di tutti questi compiti lasciati a metà o peggio fatti svolgere ad altri (insegnanti del doposcuola, genitori, compagni di classe), la somma di tutti questi insuccessi, produrrà un solo risultato: il bambino si convincerà di non essere all’altezza del compito, di essere un incapace e ciò affosserà la sua autostima.
    Noi educatori dobbiamo cercare di rafforzare l’autostima dei nostri alunni, incoraggiandoli, spronandoli, ricordando loro lo sforzo e la fatica che hanno dovuto sostenere per risolvere da soli “l’esercizio di matematica di martedì scorso”, ma anche la soddisfazione e il senso di autoefficacia che si è provato alla fine…solo così infonderemo loro l’ottimismo e la voglia di vincere tutte le sfide della vita.

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  2. Daniela Baglieri

    Approvo in pieno la tesi della magia dell’ insuccesso come ispiratrice del quotidiano atteggiamento del docente nei confronti del discente e dell’ educando in generale. Ed hai spiegato benissimo quanto sia fondamentale per un insegnante stimolare nell’alunno la ‘motivazione alla competenza’ ed instillare in lui ‘l’industriosita’ appresa’. Continuo a credere, infatti, che buona parte dei suicidi fisici e psicologici dei giovani siano da addebitare all’ attuale tendenza da parte dei loro genitori ed insegnanti a iperproteggerli da fisiologiche frustrazioni che, se debitamente rielaborate, potrebbero costituire momenti di crescita.
    Nulla forma e forgia il carattere come il riflettere sui propri limiti per poi superarli.
    Nulla fa regredire la formazione della personalita’ quanto la convinzione di essere onnipotente, onnisciente ed infallibile.
    E questo, anche fuori dalla nostra ottica di “addetti ai lavori” ossia di educatori, rimane valido come principio di vita

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